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Policaña, Media-Caña, Medio-Polo.

Sono davvero poche le informazioni circa questi possibili cantes. Nella discografia tradizionale non sembrano apparire questi stili dal nome composto. Il primo riferimento alla Policaña è redatto da Demófilo nella sua  “Colección de cantes flamencos” (Sevilla, 1881) in cui leggiamo: “Per quanto riguarda Polos, Cañas e Policañas, altro non sono che musiche speciali che accompagnano coplas comuni di quattro versi: qualsiasi copla del Cancionero di Fernán-Caballero può essere cantata por Polo, Caña y Policaña (combinazione della musica del Polo e della Caña) e por Soledades”.

È senza dubbio curioso osservare come in qualsiasi  riunione d’intenti legati al flamenco si parli di Policaña, Medio Polo… quando non si dispone di notizie concrete sulla sua struttura musicale. Consultando le classificazione dei cantes di Rodríguez Marín, Manuel de Falla, Carlos e Pedro Caba, Tomás Borrás, Ricardo Molina, Eduardo Torner, Clemente Cimorra e Jorge Ordoñez, soltanto quest’ultimo cita, però al plurale, Policañas; Torner e C. Cimorra citano le Medias Cañas. Forse la Policaña era un cante preflamenco. José Carlos de Luna in “De cante grande y cante chico” menziona la Policaña  ma non aggiunge altro nella sua pubblicazione del 1926.

D.E. Pohren  in “El arte flamenco” dice “…appoggiandosi unicamente al nome, sembra ragionevole asserire  che si trattasse di un connubio fra Polo y Caña, come fosse un passaggio intermedio nel desarrollo delle Soleares”. D’altra parte Domingo Manfredi in “Geografía del Cante Jondo” pensa che la “Policaña può essere stata  un’amalgama di Caña e Martinete, un punto d’unione fra il cante jondo e il cante gitano; un cante di passaggio fra la purezza invulnerabile dei cantes grandes primitivos e la rinascita rivoluzionaria che per il cante andaluz  rappresentò  l’entrata in scena dei gitani. Per Manfredi, gli inventori della Policaña furono infatti i gitani, lejos de la fragua y reja, chalaneadores per le famose ferias de Andalucía. La tesi di Manfredi non è comunque dimostrabile. José Manuel Caballero Bonald, afferma in “Diccionario de Cante Jondo” (Madrid, 1963): “Cante vicino al Polo, che mostra una certa parentela con la Caña. È probabile che prima che venissero definiti i due cantes, ma Cañas y Polos erano già coplas populares della tradizione andalusa, i suoi primi interpreti confondessero i due stili. Da questo punto di vista la Policaña non è altro che quello che segnala il suo nome: un cante “puro” a mezza strada fra Polo e Caña”.

Dunque di questo dovrebbe trattarsi, ammesso che questi palos siano realmente esistiti, di un’amalgama di stili, come normale nel flamenco giacchè condividono lo stesso compás, un cante “pre-flamenco” formato da elementi di coplas populares.

Fonte:

  • Flamenco y Folklore di Alfredo Arrebola.
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Moaxajas, Jarchas, Zéjeles

Alla fine del IX secolo nacque un grande poeta e musico di Cabra chiamato Muqaddan ibn Mu`afa “al-Qabri”, soprannominato “el Ciego”, a cui si attribuisce l’invenzione della rima nelle composizioni poetiche che sono le Moaxajas (in arabo muwassaha), che significa “adornado con un cinturón de doble vuelta“. La Moaxaca è una composizione poetica propria della Spagna musulmana. Esistono diversi termini in castellano per indicarla: Muaxaha, Muwasahas, Muassaha
Nel secolo IV gli arabi avevano introdotto un modello lirico, la qasida, caratterizzato da lunghi versi monoritmo che ben si adatta allla trasmissione orale da parte di un maestro. E’ il tipico verso del Corano.
Gli arabi erano soliti riferirsi alle Moaxajas come “cancioncillas al estilo de los cristianos“. Proprio la Moakaja fu imitata dai poeti ebreo-spagnoli. Precedentemente ad essa erano in circolazione alcune “cancioncillas” di cui Al-Tifasi, nel secolo XIII, diceva: “En lo antiguo, las canciones de la gente del Al-Andalus o eran por el estilo de los cristianos o eran por el estilo de los camelleros.“.
Secondo Garcìa Gomez, alla fine del IX secolo un poeta arabo utilizzò alcune di queste “cancioncillas” per comporre un vero e proprio poema, che chiamò Moaxaja, dandogli una struttura strofica. Era una novità radicale nella lirica araba. Le principali caratteristiche erano:

  • l’utilizzo del verso corto
  • la rima che cambia in ogni strofa
  • l’amalgama di due lingue: quella araba e quella castillana.

Frammento di una Muaxaha tradotta da García Gómez:

Cual tímido ciervo
mi amada es bella.
Sus hermosos ojos

robó a la gacela.
Duna es luminosa
con palma de perlas.

Questo genere poetico andò perfezionandosi e fu esportato in altre aree islamiche, successivamente decadde. Ve ne furono diverse varianti:

  • Moaxajas con Jarcha (gruppo di versi collocati a chiusura della composizione, probabile predecessore dell’estribillo) in arabo dialettale, in arabo classico, in ebraico o in lingua romanza.
  • Moaxajas in arabo orientale.
  • Lo Zéjel, coltivato in modo speciale dal poeta Ibn Quzman, (o Ibn Guzmán, 1078-1160). In questo caso le parole o le frasi in lingua romanza non apparivano alla fine del poema, ma in mezzo. Questo poeta compose un canzoniere che fu pubblicato a Madrid nel1933 (El cancionero de Abén Guzmán).

Queste poesie erano comunemente composte per essere cantate.

“El Ciego” morì nel 920, afferma Don Emilio García Gómez. Visse nel periodo di regnanza dell’emiro `Abd Allah e parte di quello di `Abd al-Rahman III.
Quando gli arabi e i berberi invasero la penisola iberica portarono con loro poche donne, per questo molto presto iniziarono a sorgere gruppi familiari con padre musulmano e madre ispano-visigota. La madre trasmetteva la lingua romanza al figlio, che però imparava anche la lingua arba del padre (che era quella ufficiale): si creavano quindi famiglie bilingue. I cristiani che non si unirono con gli stranieri furono obbligati ad apprendere, se volevano comunicare con loro, la loro lingua. E’ pur vero che molti musulmani appresero la lingua dei cristiani che vivevano nel regno del Al-Andalus. Da qui si comprende la fusione di questa mescolanza di idiomi.

Sfortunatamente nessuna delle moaxajas di “al-Qabri” nè altre dello stesso periodo si sono conservate, in quanto i poeti arabi, che scrivevano in arabo classico, rifiutavano questa mescolanza di lingue. Le prime moaxajas di cui si ha notizia sono del secolo XI. Secondo Dámaso Alonso le più antiche conservate sono del 1040, e apaprtengono ad un ebreo chiamato Yosef  “el Escribano”.

Come detto las Jarchas (in arabo خرجة jarŷa, “uscita” o “finale”) è una composizione lirica popolare che costituisce la parte finale della moaxajas. Le jarchas erano composte in “lingua mozarabe”, ovvero in dialetto ispano-arabo mescolato con la lingua romanza (derivante dal latino). Le jarchas sono piccoli poemi popolari  che trattano prevalentemente di temi amorosi, in cui generalmente la voce dell’autore è quella di una ragazza che parla delle sue esperienze amorose a sua madre o a sua sorella. Si crede comunque che la maggior parte di questi poemi siano stati scritti da uomini. Sono proprie delle Jarchas:

  • l’abbondanza di esclamazioni
  • domande e ripetizioni
  • l’uso di un lessico semplice.

Le Jarchas sono importanti documenti che provano l’esistenza della poesia lirica antica in Spagna. Prima della loro scoperta infatti si pensava che la letteratura spagnola avesse come unica origine il poema epico.

Esempi di Jarchas con relativa traduzione in castillano:

¡Tanto amare, tanto amare,
habib, tant amare!
Enfermeron olios nidios,
e dolen tan male.
¡Tanto amar, tanto amar,
amado, tanto amar!
Enfermaron [mis] ojos brillantes
y duelen tanto.

Vayse meu corachón de mib.
Ya Rab, ¿si me tornarád?
¡Tan mal meu doler li-l-habib!
Enfermo yed, ¿cuánd sanarád?
Mi corazón se va de mi.
Oh Dios, ¿acaso volverá a mí?
¡Tan fuerte mi dolor por el amado!
Enfermo está, ¿cuando sanará?

Garīdboš, ay yermanēllaš
kómkontenēr-hémewmā´lē,
sīnal-ḥabībnon bibrē´yo:
¿ad obl’ iréydemandā´re?
bay-šemioqorasonde mib
Yārabbīšišetornarad
țanmal miodoler al-habīb
Enfermo Ϋedquanšanarad
¿Qué farémamma?
Mioal-habibeštad yana.
Decidme, ay hermanitas,
¿cómo contener mi mal?
Sin el amado no viviré:
¿adónde iré a buscarlo?
i corazón se me va de mí.
Oh Dios, ¿acaso se me tornará?
¡Tan fuerte mi dolor por el amado!
Enfermo está, ¿cuándo sanará?
¿Qué haré, madre?
Mi amado está a la puerta

Lo Zéjel è un tipo di poema della metrica spagnola  formato da un “estribillo” e una “mudanza” (un “movimento”) che include un “verso de vuelta“. Può definirsi come un trittico monorrimo (ovvero dove tutti i versi rimano tra loro) con estribillo e con un quarto verso di vuelta, con rima uguale all’estribillo. Nella sua forma più tipica consiste in un estribillo di due versi, a cui seguono altri tre monorrimos (mudanza) e un quarto verso (vuelta) che rima con l’estribillo, annunciando la sua ripetizione. La rima è così distribuita: aa (estribillo), bbb (mudanza), a (vuelta) e ripetizione dell’ estribillo . E quindi: aa-bbb-a, aa-ccc-a, aa-ddd-a. Di seguito un esempio:

¡Ay fortuna, (a)
cógeme esta aceituna! (a) [Estribillo de 2 versos]
Aceituna lisonjera (b)
verde y tierna por defuera, (b)
y por dentro de madera, (b) [Mudanza]
¡fruta dura e importuna! (a) [Vuelta]
¡Ay fortuna, (a)
cógeme esta aceituna! (a) [Repetición del estribillo]
Fruta en madurar tan larga (c)
que sin aderezo amarga; (c)
y aunque se coja una carga, (c) [Mudanza]
se ha de comer sola una. (a) [Vuelta]
¡Ay fortuna, (a)
cógeme esta aceituna! (a)

Lo zéjel era cantato sia in coro che da solista. Era una forma molto popolare in Andalusia ed era solito essere accompagnato con liuto, flauto, tamburi e nacchere. A volte si ballava. Ebbe una gran ripercussione nel mondo arabo dell’epoca ed ebbe ugualmente molto successo nei regni cristiani che pagavano molto bene gli esecutori. Ne esistono variazioni più libere fra cui quelle di Rafael Alberti e quelle di zejeles asonantados composti dal poeta Llorenç Vidal. Di seguito uno zéjel intrpretato dalla cantaora contemporanea Carmen Linares:

Moaxajas, Jarchas e Zéjeles furono gli elementi poetici da cui probabilmente derivarono le letras del cante flamenco più antiguo.

Fonti:

  • Articolo di Serafín Linares Roldán, scrittore e storico
  • Wikipedia Spagna