Alboreá

“…El amanecer de una nueva vida ”
D. E. Pohren

Cante: La Marelu – Guitarra: Paco Cepero

 “Por una calle muy larga
mete el oro y saca la plata”
yalli yalli yalli – a 

“Qué bonita la novia
que tiene que dar
que tiene que dar
rosa y jasmines por la madrugá
por la madrugá”

“Alevanta la novia p’arriba
alevanta la novia p’arriba
que se despida de su familia
que se despida de su familia”

Mare mía de la junquera
tú pones cama y yo cabezera
yalli yalli yalli yalli –

“Qué bonita la novia
que tiene que dar
que tiene que dar
rosa y jasmines por la madrugá
por la madrugá”

“Alevanta y no duerma más
alevanta y no duerma más…”

La Alboreá, ugualmente chiamata albolá, alboleá o arbolá, è una parola che proviene da albor che a sua volta deriva dal latino albor-oris, ovvero luce dell’alba, albore. “Con sentimento romantico” afferma D. E. Pohren, “potrebbe significare l’alba di una nuova vita” per la coppia. Un cante difeso a spada tratta dal popolo gitano, che ne rivendica la proprietà, in quanto facente parte del rituale delle nozze del loro popolo. Nella sua letra più conosciuta si fa riferimento alla verginità della sposa e alla “prueba del pañuelo“. In pratica la verginità della sposa doveva essere dimostrata attraverso un rito durante il quale le anziane della famiglia facevano sdraiare la sposa sul letto e la penetravano con un panno bianco, che in seguito alla rottura dell’imene doveva sporcarsi di sangue. Se il pañuelo rimaneva bianco voleva dire che la sposa non era vergine e quindi veniva ripudiata dallo sposo. Questa usanza era diffusa, oltre che all’interno delle comunità gitane, anche in diversi paesi del Mediterraneo, Italia compresa. Oggi  in Italia è una pratica vietata per legge,  in alcuni paesi arabi è ancora in vigore: in Marocco ad esempio, viene praticata ancora oggi prima delle nozze, con tanto di certificazione medica.

La Alboreá si canta la mattina delle nozze ed è solita essere dedicata agli sposi, ai padrini e ai genitori della sposa. Solitamente sono canti che i gitani di Granada riservano alla loro intimità, e che si crede portino sventura se cantati fuori dal loro contesto o in presenza di payos (non gitani) ma da sempre fanno parte del repertorio dei bailes proposti nelle zambras del Sacromonte di Granada. La versioni ritenute più flamenche però sono quelle di Sevilla e Cádiz.

Il Compás
La Alboreá, collocata da  Blas Vega fra le Solearessi interpreta solitamente al compás di una Soleá leggera o una Soleá por Bulerías, ma può essere interpretata anche por Jaleos. Si tratta infatti di un cante aflamencado, di derivazione folclorica, che può essere cantato su compases diversi. 

Musicalità, Tonalità e Chiave
La Alboreá flamenca si accompagna prevalentemente con palmas e chitarra. Come detto in precedenza la Alboreá può essere cantata seguendo compases diversi, e di conseguenza la chitarra esegue differenti accompagnamenti a seconda della circostanza. In alcuni casi l’accompagnamento della chitarra è identico a quello della Soleá, con una spiccata prevalenza del modale sul tonale. Un buon numero di Alboreás, durante l’esecuzione, si spostano sul tono maggiore. La norma è alternare coplas di tonalità modale con altre tonali. Essendo un cante di origine folclorica, viene interpretato in maniera diversa a seconda della zona in cui si è sviluppato e si è evoluto. Risulta difficile quindi fare un discorso univoco e categorico. Tentiamo di seguito di riassumere le caratteristiche salienti che abbiamo riscontrato tra Alboreás di diversa provenienza. C’è intanto da fare una distinzione tra l’Alboreá flamenca e l’Alboreá “folclorico-gitana:

  • L’Alboreá flamenca vera e propria, tipica dell’ Andalusia occidentale, è caratterizzata dalla presenza di melismi tipici del cante por Soleá. Rafael Romero apportò un grande contributo per la diffusione di questo cante registrandone per la Antología de cante di Hispavox. Le aree coinvolte sono: Siviglia, Jerez, Utrera, Lebrija, Jaén, Cadice.
  • L’Alboreá folclorico-gitana, proviene da altre zone geografiche come Cordova, Estremadura Granada – e fa parte del gruppo delle Zambras insieme alla Chachuca e alla Mosca, anch’esse parte del rituale delle nozze gitane; è sillabica: ad ogni sillaba corrisponde una nota.  Essendo folclorica può essere accompagnata da altri strumenti come i tamburelli e i mandolini. Il ritmo non è quello proprio delle Soleá ma segue un andamento cadenzato tipico della Seguidilla (simile alle Sevillanas) con melodie più primitive e semplici.
Sicuramente la Alboreá flamenca è legata intimamente a quella folclorica, da cui discende, attraverso quel processo di afflamencamento tipico della metà del XIX secolo, in seguito al quale canti di origine popolare furono sottoposti a compases di varia natura (Soleá, Jaleos, Tangos, Bulería…) entrando così a far parte del variegato repertorio del cante flamenco. All’interno dell’Alboreá flamenca si possono poi riscontrare diverse caratteristiche a seconda della zona di provenienza:
  • A Cádiz e Los Puertos l’andamento è più lento e solenne (Soleá ballabile romanceada, da Romance)
  • A Jerez, Sevilla e Utrera segue invece un ritmo più sostenuto  (Soleá por Bulerías romanceadas, da Romance)
  • A Ecija l’Alboreá è una vera e propria Bulerías d’ascolto, presentando una grande ricchezza di forme melodiche.

Il cante e la letra: struttura e caratteristiche

Il cante por Alboreá vede la presenza di letras tipiche di questo palo. È uno stile flamenco che si cantava, in genere, in coplas di quattro versi di sei sillabe e un estribillo di tre versi cantato a coro. Le letras di Alboreá non hanno comunque tutte la stessa metrica, che può essere di varia natura:  Seguidillas di quattro versi, quartine con tre versi ottosillabici e il quarto troncato, di tre o quattro sillabe. Le letras fanno riferimento in genere alla verginità della sposa.

Tre sono gli stili veri e propri riscontrati nelle Alboreás, riguardanti le letras oggi definite più comuni, e che in realtà sono cantate con la stesso andamento melodico solo in alcuni luoghi, abbiamo riscontrato che le stesse letras possono essere cantate con melodie di letras por Bulería, Bulería por Soleá, Bulerías romanceadas (ci stiamo riferendo al cante oltre che ovviamente al compás sottostante) ed avere quindi un aire diverso. Per trattare questo argomento riportiamo quindi d’esempio i tre stili principali di letras cantate, per l’ascolto invece essendo diverse in base alla zona, abbiamo dovuto concepire degli articoli idonei a poter rappresentare le varie tipologie riscontrate.

Esempio di letra di Alboreá – 1° stile (Cantata come “JesuCristo te llama”)

1. Jesús Cristo te llama
2. desde su huerto
3. Coronaíto de espinas
4. Y el pelo suelto

Esempio di letra di Alboreá – 2° Stile (Cantata come“Qué bonita la novia”):

1. En un verde prado
2. Tendí mi pañuelo
3. Salieron tres rosas
4. Como tres luceros

Esempio di Estribillo di Alboreá:

Subir la novia p’arriba, que se despida de su familia

Ricordiamo che questo cante appartiene alla sfera intima e familiare del popolo gitano, e quindi raramente viene proposto ad un vasto pubblico, e ancor più raramente viene inciso. Proprio per questo, nella discografia a nostra disposizione, non abbiamo potuto reperire un vasto repertorio di Alboreás. Di seguito riportiamo in appositi articoli le tipologie che siamo riuscite ad individuare in seguito all’ascolto:

Il baile por Alboreá

Essendo un palo aflamencado, non è possibile ricondurre il baile por Alboreá ad un unica forma stilistica. A volte viene ballata come se fosse una Bulería, a volte come una Soleá por Bulería, altre volte, come nella versione di Granada, i suoi passi ricordano quelli delle Sevillanas.  In quest’ultimo caso il baile è accompagnato da palillos, chitarre, tamburi e palmas: “Un baile elegante con passi piccolini e in cui il taconeo è a malapena presente, in altri casi può essere interpretato scalzi“. Hipolito Rossy aggiunge: “Le braccia seguono un andamento verticale lungo il corpo e raramente salgono sopra la testa, continuando a suonare i pitos“. Si esegue su melodie che seguono  in questo caso un ritmo ternario. 

Per dimostrare questa profonda eterogeneità di stili, riportiamo a titolo esemplificativo tre video relativi a diversi bailes por Alboreá:

Un po’ di storia…
I gitani hanno sempre sostenuto che il cante por Alboreá fosse patrimonio loro, questione che è stata oggetto di molte critiche. Secondo Manuel Barrios, in “Proceso al gitanismo“, questa usanza fu comune del popolo spagnolo per molti secoli, e l’autore critica l’appartenenza esclusiva al popolo gitano: “(…)e lo stesso matrimonio, con il fazzoletto su cui nascono tre rose — in pratica, la deflorazione manuale con le sue tre macchie di sangue — non è calé, ma castigliana. Fa sempre una certa tristezza distruggere miti selvaggi e belli, però qui stiamo parlando seriamente!”. La descrizione fatta da Barrios in merito alla finalità del rito e la prova della verginità della sposa si esprime poeticamente in una delle letras, forse la più conosciuta, del cante por Alboreá:

“En un prado verde
tendí mi pañuelo
salieron tres rosas
como tres luceros”

“Alevanta y no duermas más
que por la mañana tendrás lugar”

Barrios cita a sostegno delle sue argomentazioni, il fatto che la stessa Isabella la Cattolica si sottopose alla prova della verginità. Hipólito Rossy aggiunge: “È strano che si canti in castigliano, senza vocaboli calés, se è come si dice un cante gitano”. Gitana o non gitana, questa usanza era assolutamente in voga all’interno dei clan gitani, dove si esigeva, prima che avessero luogo le nozze, che la più anziana del gruppo (la mataora“) verificasse la verginità della sposa e mettesse così in salvo l’onore della famiglia. Il rito veniva eseguito presso la casa dei genitori della sposa. Qui gli sposi con l’anziana donna si dirigevano verso la camera. Alla fine del rito la mataora mostrava a tutti il bianco fazzoletto con le macchie di sangue, le “tre rose rosse”, prova della purezza.

Si suppone che la Alboreá come stile di cante appaia con le prime manifestazioni del flamenco, a metà del XIX secolo. A quei tempi i gitani afflamencarono i cantes che si realizzavano nelle nozze, interpretandoli sul compás di una Soleá leggera o di una Soleá por Bulerías. Molina e Mairena affermano che “numerosi cantes, dalla Caña fino alla Soleá, il Romance e le Bulerías, sono intimamente legati alla Alboreá“, riferendosi a quella cantata a Sevilla e Cádiz e nelle sue rispettive province, e non considerando dello stesso rango quelle cantate nel resto d’Andalusia.

La sua origine è incerta, ma è possibile che si trovi in qualche tonada estratta dal Romancero Español. I gitani della Zambras granadinas furono i primi a portare questo cante dalle nozze alla scena, intorno agli anni ’20 del secolo passato. A Granada la arbolá o la boda, nome con il quale è conosciuta, conserva un chiaro gusto folclorico, apprezzabile nella registrazione degli anni ’50 presso la Alhambra da María la Canastera e il suo gruppo flamenco del Sacromonte.

La Alboreá è stato un cante il cui ambito è sempre stato quello intimo della famiglia gitana. Nonostante l’esteriorizzazione sia sempre stata considerata un tabù dai gitani, la Alboreá si trova nelle registrazioni di cantaores gitanos in antologías flamencas ed è cantata nei tablaos e nei festival, anche se in forma limitata, poiché si credeva che cantarla fuori dal suo ambito portasse sfortuna. Ne consegue che i cantaores che l’hanno cantata sono stati pochi e fra questi Agujetas el Viejo, Joselero, Rafael Romero e pochi altri cantaores gitanos.

È curiosamente un artista gachó colui che lascia la versione più flamenca e conosciuta del cante de Alboreá. Pericón, nel quale si apprezza il predominio della melodia melismatica,  recita i cantes al compás di Melchor por Soleá, più che appropriato poiché entrambi gli aires sono fra loro imparentati. C’è poi chi afferma che derivi dalla Giliana. 

La parola agli studiosi.
J. Rodríguez Garay, nel suo “De algunos usos y ceremonias nupciales de España” pubblicato nella rivista “El Folklore Andaluz”, nº6, scrive: “È usanza tipica in alcuni villaggi spagnoli, lanciare dolci e fiori alla sposa, quando si mette a ballare. A El Coronil (Siviglia) si lanciano pugni di mandorle e confetti (ndt, pratica identica in alcune zone del Sud Italia). In alcuni villaggi siciliani lanciavano sugli sposi oltre al grano e la farina, pezzi di pane. In un romance antiguo, parlando delle nozze del Cid con doña Jimena si dice:

“Por las rejas y ventanas
arrojaban trigo tanto
que el rey llevaba en la gorra
como era ancha, un gran puñado”

Demófilo, nel prologo e note a pié di pagina nella sua opera Colección de Cantes Flamencos, introducendo la letra che recita: “En un prato verde / tendí mi pañuelo”, ne offre una versione por Siguiriya, e si riferisce anch’egli all’usanza di mostrare la prova della verginità in Sicilia, secondo una testimonianza dello scrittore e antropologo italiano Giuseppe Pitré.

Ricardo Molina: “…O la Alboreá è una sintesi misteriosa di quasi tutta la gamma flamenca o sono le diverse modalità flamencas a derivare da lei. Oltretutto a completare la sua multivalenza artistica è perfino ballabile! Il suo compás è lo stesso delle Soleares primitive para bailar“.

 Juan de Padilla (1855): “Solo ascoltando i gitani cantare la Alboreá nei loro raduni quando la luce inizia ad infiammare le cime delle montagne si può comprendere ciò che dice la voce degli ebrei, tanto triste e tanto dolce al tempo stesso, tanto stridente e tanto sonora”.

Felipe Pedrell in Cancionero Musical Popular Español, scrive: “Le canzoni sacromontine, spiccatamente primitive, sono danze spagnole su compás ternario e di andamento moderato a cui i gitani impressero le loro maniere interpretative, i calés  ne sono quindi interpreti e non creatori. Perciò si può ammettere che queste canzoni-danze non sono altro che ricreazioni dei gitani andalusi granadini, incorporate inizialmente con carattere rituale alle loro cerimonie nuziali e parte integrante, più tardi delle loro Zambras”.

Manfredi Cano in Geografía del Cante Jondo afferma che si tratta di un cante “per adescare le ragazze, per adularle, per dichiarare loro il proprio amore al suono di palmas e accompagnato dal rasgueo di una chitarra” (…) “Questo stile di cante come una serenata, purificato all’alba, quando la gola è esercitata e il sueño trasmette intimità alla melodia, è ciò che viene chiamato Alboreás“.

José Carlos de Luna in De cante grande y cante chico dice che la Alboreá è  una specie di Martinete natural, più leggero di tono e senza versi, con una certa somiglianza con le Nanas. Inoltre identifica questi bailes come Roas e li descrive così: “Le Roas sono una specie di raduno privato dei gitani di Granada ballati al suono di tamburelli ed interpretati con danze veramente singolari. Le donne formano un cerchio con le mani che non fanno altri movimenti che quelli di salire e scendere e che con piccoli passetti accennati e brevi danno al cerchio un andamento lento e costante,  interrotto, quando la musica lo richiede, da una genuflessione. È un baile non violento, senza vueltas, rigido e di contagiosa serietà. Mentre le donne fanno il cerchio gli uomini accompagnano coi tamburi e cantano; le voci femminili accompagnano solo l’estribillo“.

Hipolito Rossy, Teoría del cante jondo (riferendosi alla Alboreá granaina): “La chitarra suona un ritmo siguidillero seguendo la linea melodica che si manifesta in due coplas in modo dorico, ripetute, e con un altra copla “interludial” in modo maggiore. Termina con una copla breve o estribillo, anch’esso in modo dorico.
Per il suo carattere, la melodia non sembra avere l’antichità che le si assegna e non si potrebbe attribuirgli una provenienza più lontana del XVIII secolo. È tipicamente andalusa, della Betica.
L’armonizzazione della copla, in modo dorico, si adatta tutta alla progressione discendente andalusa. C’è una cadenza interna, nel terzo frammento, che si aggancia al quarto, che riposa sull’accordo del terzo grado della scala greca in Mi e le restanti hanno cadenza nella tonica. In quanto alla copla interludial, è in modo maggiore e si compone di due frammenti ripetibili e per l’accompagnamento si utilizzano solo accordi di tonica e dominante.”

Ángel Álvarez Caballero, El cante flamenco:  Juan Talega diceva di saper cantare l’Alborea ma non voleva cantarla: “Non sono superstizioso, ma ci sono alcune cose che mi danno strani impulsi e preferisco non rischiare. Noi cantaores preferiamo non cantarla e alla fine cantiamo altro, una forma simile, è un Romance però.. questi Romances che cantiamo adesso per me sono lo stesso cante dell’Alboreá, ma è diverso dal cantare proprio quello”.

Per ulteriori approfondimenti:
Alboreá, Materiale audiovisivo
Letras por Alboreá

Bibliografia e Fonti Web:


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