Romances del Ciclo Carolingio – Chansón de Roland

romances_rolandRaccoglieremo in questa pagina Romances del Ciclo Carolingio di diversa natura, se ne riscontreremo. Al momento uno dei temi proposti in queste tracce tratte dalla Magna Antologia del Cante è la famosissima Chanson de Roland, tema epico-cavalleresco francese, e tradotto e conosciuto in tutto il mondo. Il testo che segue è in versione integrale presente su Wikipedia: “La Chanson de Roland è scritta in 4002 décasyllabes, equivalente francese degli endecasillabi italiani, raggruppati in 291 lasse assonanzate da un certo Turoldo. Essa ci è tramandata da nove manoscritti, dei quali il più importante, conservato a Oxford, è in lingua anglo-normanna: il testo originale era invece scritto in lingua d’oïl, lingua volgare della Francia del nord. Il notevole numero di manoscritti rimastoci è testimonianza della grande fortuna del testo; inoltre, il fatto che il testimone più autorevole e antico, quello di Oxford, sia un codice non pregiato o prezioso (tale da farci pensare che fosse un sorta di canovaccio per le esibizioni di un giullare) potrebbe suggerirci che la Chanson de Roland abbia avuto una diffusione orale prima di essere rielaborata e stesa in scrittura (fatto testimoniato anche dalla nota emilianense, un breve testo proveniente da un monastero di San Marzàno de la Cogolla che sembrerebbe attestare la conoscenza della materia del poema già prima della realizzazione del manoscritto di Oxford). Da notare, infine, che la Chanson de Roland narra di una battaglia combattuta quasi tre secoli prima e che si caratterizza, come quasi tutta l’epica medievale, per la celebrazione della fede e del valore militare. La Chanson de Roland (o Canzone di Rolando o Orlando), scritta intorno alla seconda metà dell’XI secolo, è una chanson de geste appartenente al ciclo carolingio, considerata tra le opere più belle della letteratura medievale francese. Essa racconta la battaglia di Roncisvalle, avvenuta il 15 agosto 778, quando la retroguardia di Carlo Magno, comandata dal paladino Rolando prefetto della Marca di Bretagna e dagli altri paladini, di ritorno da una spedizione in Spagna fu attaccata e distrutta dai saraceni, attraverso un’informazione derivante da Gano.

I valori che caratterizzano la Chanson de Roland sono: la fedeltà al proprio signore in questo caso Carlo Magno, la fede cristiana, in opposizione alla fede islamica (che tra l’altro nel testo risulta essere politeista); l’onore, da tutelare a ogni costo e con ogni mezzo; l’eroismo in battaglia. Alla celebrazione delle virtù militari nella dimensione del martirio cristiano – il cavaliere che muore in battaglia è equiparato al santo che rinuncia alla propria vita per la fede – corrisponde la quasi totale assenza del motivo amoroso. Le uniche due donne presenti sulla scena sono Alda (futura sposa di Orlando e sorella di Oliviero) e Braminonda, moglie di Marsilio che si convertirà alla fine del poema.

260px-La_Chanson_de_Roland_-_Manuscrit_Oxford_-_fol_1rLe vicende hanno inizio con la descrizione della situazione generale del conflitto in Spagna, a cui segue un’ambasciata pagana pronta ad offrire la pace a Carlo Magno. Si riunisce il consiglio cristiano e si scontrano due linee: da una parte abbiamo Gano di Maganza, futuro traditore, rappresentante di una nobiltà fondiaria che non ha bisogno di espandere i propri domini e che anzi preferirebbe il mantenimento della pace; dall’altra una nuova classe sociale in ascesa che ha nella virtù militare la propria principale espressione e che invece vuole fortemente che il conflitto vada avanti, rappresentata dall’eroe per eccellenza, il prode Orlando. Contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, tuttavia, Gano non è presentato come un vile traditore, e la sua opposizione a Orlando non è uno scontro tra due mondi inconciliabili che vedono la ragione e il torto separati da una linea netta; c’è piuttosto il riconoscimento di una nobiltà già dalla presentazione che indica quanto pur nel conflitto destinato inevitabilmente a risolversi a favore dei Franchi ci siano molte sfumature. Infatti, una delle chiavi della difesa di Gano nel processo finale sarà proprio sostenere che il suo tradimento non è stato contro l’esercito franco, ma contro il figliastro Orlando reo di averlo nominato a capo dell’ambasciata inviata a Marsilio. A questa nomina di Gano segue il tradimento, e la garanzia del traditore di nominare Orlando a capo della retroguardia francese. In un primo momento, Orlando si rifiuta di credere che Gano abbia tramato con il nemico; accetta di essere a capo della retroguardia con il consueto orgoglio militare, nonostante Carlo, in uno dei presagi che costellano l’intero poema, abbia un funesto presentimento. I dodici pari vengono nominati nella retroguardia, dunque, mentre l’esercito franco inizia la ritirata. Ben presto però la retroguardia si rende conto del tradimento di Gano; all’arrivo dell’esercito pagano si assiste ad una splendida discussione tra Oliviero, detto il “saggio”, e Orlando, rappresentazioni di due dimensioni ideali dell’eroe che vedevano già in epoca classica una polarizzazione (da una parte l’eroe saggio, Ulisse, dall’altra il valoroso combattente, Achille) poi divenuta topica. Oliviero consiglia al compagno di suonare l’olifante (il suo corno) il cui suono richiamerebbe il resto dell’esercito. Il prode paladino rifiuta perché richiamare rinforzi sarebbe causa di eterno disonore. Discussione che sarà riproposta dopo il combattimento e la morte dei dodici pari, quando resteranno in vita il vescovo Turoldo, Orlando e Oliviero: a parti invertite, Oliviero sosterrà l’inutilità di suonare il corno quando gli eroi sono prossimi alla morte, Orlando invece suonerà definitivamente per consentire la vittoria ai Franchi. Proprio mentre le truppe guidate al rientro da Carlo Magno contemplano il paesaggio nella gioia del ritorno, il suono del corno risuona tre volte sulle rocce di Roncisvalle; viene scoperto il tradimento di Gano, che viene catturato in attesa del processo. Nel frattempo la retroguardia francese ridotta a soli tre uomini viene sopraffatta. Orlando colpito a morte tenta di spezzare la sua spada Durendala. Non riuscendoci si accascia sul terreno con le braccia incrociate in attesa della morte. Proprio alla morte di Orlando, descritta in parallelo evangelico a quella di Cristo sulla croce. Il paladino cristiano pone la sua spada sotto di lui, impugna l’olifante e dona il suo guanto a Dio, immagine del vassallaggio fedele che percorre tutto l’arco del poema. Gli angeli scendono su di lui per portarlo nel regno dei cieli. Proprio nello stesso istante arriva Carlo; l’imperatore sbaraglia gli avversari che si danno alla fuga o annegano nel fiume Ebro. Il re torna ad Aquisgrana dove ha fretta di processare Gano per tradimento, ma nel frattempo entra in scena l’emiro Baligante, il più potente re saraceno, che per la prima volta a metà del poema fa la sua apparizione, trasformando l’imminente e definitivo conflitto con Carlo nella concreta realizzazione della prima opposizione Orlando vs Marsilio. Il più numeroso esercito pagano si scontra con le forze cristiane in una lotta selvaggia, sulla cui fine aleggia però un destino voluto da forze sovraumane mai messo in discussione (motivo che arriverà fino alla Gerusalemme liberata del Tasso). Alla fine del conflitto resta solamente da processare il traditore Gano, che si difende dall’accusa con l’appoggio dei suoi nobili parenti. Alla difesa teorica corrisponde anche secondo la prassi dell’epoca un eventuale duello: per smentire l’altra parte in causa e dimostrarne il torno. Paladino difensore di Gano è il potente Pinabel, che nessuno in un primo momento osa sfidare proprio per la sua abilità indiscussa. Quando Carlo sembra ormai costretto a notificare il volere della comunità e a rilasciare Gano, lo scudiero Teodorico prende le parti dell’accusa e sfida Pinabello nel duello finale che conclude il poema, come era del resto il costume epico (si pensi ad Enea e Turno alla fine dell’Eneide o, in séguito, allo scontro tra Rodomonte e Ruggiero nell’Orlando furioso). Carlo, in seguito all’apparizione in sogno dell’Arcangelo Gabriele parte per dare aiuto al re Viviano in Infa dove hanno posto l’assedio i Saraceni. «Qui finisce la storia che Turoldo mette in poesia», e così si conclude la Chanson de Roland, con una nuova apertura che sottolinea il tragico destino di chi è garante del potere. Le frequenti lacrime di Carlo, “che non può fare a meno di piangere”, sottolineano la fragilità dell’imperatore e il dramma di essere al centro di un compito gravoso; l’eroe, in questo caso l’imperatore, non è il guerriero senza macchia che non conosce cedimenti, ma il rappresentante di un complesso sistema di valori che genera un conflitto tragico: da una parte avremo il dovere di assolvere un compito, una vera missione, dall’altra la sofferenza tutta umana che quell’obbligo comporta. L’ epopea racconta della campagna di Spagna condotta da Carlo Magno e della resistenza eroica della retroguardia. La maggior parte degli storici concorda però nel dire che i cavalieri affrontarono, in realtà, non i saraceni ma i vasconi (baschi): il cambiamento si spiega per il clima culturale dell’epoca in cui fu scritta l’opera, nell’XI secolo, in piena epoca di reconquista dell’Europa dagli arabi e di crociate. È stata anche formulata l’ipotesi (Joseph Bédier) che la Chanson de Roland sia stata composta sulle strade di pellegrinaggio che portano a Santiago di Compostela, passando appunto dal valico di Roncisvalle, e recitata dai giullari durante le soste. In ogni caso si possono notare parallelismi con il Poema del mio Cid, scritto forse prima della Chanson de Roland, e influenze della poesia araba di al-Andalus. Una terza ipotesi è che il califfo di Cordova abbia chiamato Carlo Magno in suo soccorso nelle lotte tra principi saraceni, e che, una volta giunto l’esercito franco, abbia fatto il doppio gioco chiudendogli la porta in faccia. Per questo motivo, i franchi avrebbero espugnato la città e fatto prigioniero il califfo traditore. Durante la via del ritorno in Francia, i figli del califfo, aiutati da un gruppo di baschi, avrebbero attaccato a Roncisvalle il convoglio di Carlo Magno, liberando il padre ed uccidendo vari franchi, tra cui il maniscalco del re. Il fatto che questi avvenimenti vengano taciuti o sminuiti nei tempi immediatamente successivi viene visto come prova d’una disfatta maggiore di quanto i franchi non volessero ammettere, e si ritiene che il fiorire della tradizione successivamente sia il risultato di una pressione dal basso, poiché la storia di Roncisvalle si era ormai largamente diffusa tra la gente del posto, rendendo inutili i giochi di propaganda.”

Qui è possibile leggere il testo integrale, in francese: La Chanson de Roland

Arrivando al Flamenco, da un punto di vista musicale si tratta di un Romance raccontato-cantato come abbiamo visto a più riprese. Da un punto di vista stilistico ritroviamo lo stile tipico “Cuatrocientos” compagno fedele dei Romance cantati senza accompagnamento in stile simile ai canti gregoriani e al Martinete. L’attenzione in questo caso ci fa soffermare sulla parte cantata di Juana la del Cepillo che utilizza come prima letra ben 19 versi dove si ripete per 7 volte il finale dello stile “Cuatrocientos”, prosegue con una letra tipica, la seconda, alla quale seguono due letras separate, la terza e la quarta, dove nuovamente ritroviamo il ripetersi, doppio o triplo, del finale dello stile, tutto ciò accentua la melodica cantilenante tipica del Romance che rende la traccia indiscutibilmente sublime.

Alonso el de Cepillo, nato a Puerto Santa Maria (Cádiz); tratto da Magna Antologia del cante Vol. 1, Mala lancita le de un cristianito – Romance del ciclo carolingio – senza accompagnamento

Romance – Chansón de Roland (Cuatrocientos)
Mala lancita le dé un cristianito
le den que le parta el alma
a ese morito mal nacío
ay! que de los suyos se negaba

Que le corten la cabeza y la metan en una jaula para yo recrearme en él
como él conmigo en la cama.

Romance – Chansón de Roland (Cuatrocientos)
Cristianita, cristianita
te mantienes tú en lo dicho?
te mantienes tú en lo dicho?
o te vuelves en tus palabras?

No pues toma tinta y papel y escribe una carta y le dice al moro:
– Vaya esta carta tiene la culpa que yo venga a pelear contigo.
Se ponen a batirse y le estaba ganando el moro Oliveros que pasaba y le dice:
– Antiguamente los antiguos gastaban puñales en la cintura
se saco su puñal y mato al moro.

Juana la de Cepillo, nata a Puerto Santa Maria (Cadiz); tratto da Magna Antologia del cante Vol. 1, Por los campitos de batalla – Romance del ciclo carolingio – senza accompagnamento

Romance – Chansón de Roland (Cuatrocientos)
Estando yo paseando
que por los campitos de batalla
y que yo ha sentío unos quejíos
que y entre medio de verdes matas
y que yo me había acercaíto a él
a ver si era Pare de Francia
y que era un primito mío
aquel que yo mâs estimaba
y que yo lo dije: primo quién te ha matao?
y que Dios te libre de su aya
y que por viento corre el caballo
y que por los vientos corre la lanza
y que montando en el caballo
que le decían Torreblanca
y me dijo: primo párteme tres costillas
y que me sacas el corazón
y se lo entregas a Oliveros
ya que ella lo niegue en muerte
y que en vía no me lo negara.

Romance – Chansón de Roland (Cuatrocientos)
Corazoncito mío de mi alma
que y afortunaíto en amores
y desgraciaíto en batalla
que yo me casaré contigo
que como si en el cuerpo estara.

Alevanta perro moro
que aquí me tienes delante
que te he de quitar más vía
que tienes de imaginarte

Romance – Chansón de Roland (Cuatrocientos)
Que anda ve niño y dile a tu rey
que yo la vía quiero dejarte
y que para pelear yo contigo
y que dime tu nombre primero

Sabrás por cierta verdad

Romance – Chansón de Roland (Cuatrocientos)
Que soy Guarín el escudero
que por tan sólo armao vengo
que y a mantenerme en batalla
y que sólo cuanto estoy diciendo
y que como tú no te alevantes pronto
como a villano te hiero

Alonso el de Cepillo, nato a Puerto Santa Maria (Cadiz); tratto da Magna Antologia del cante Vol. 1, Buenas tardes tengais tio – Romance del ciclo carolingio – senza accompagnamento

Romance – Chansón de Roland (Cuatrocientos)
Buenas tardes tengáis tío
si me queréis escuchar
y sus armitas y sus caballitos
si me los queréis emprestar

Dice el tío
– Tengo hechao un juramento
por la Virgen del Altar
que mis armas y mis caballos
yo nunca los he de emprestar
porque las tengo muy diestras.
Y me las van a acobardar.
le da coraje al sobrino y le dice:

Romance – Chansón de Roland  (Cuatrocientos)
– Que si Roldán no fuera mi tío
y con vos he de pelear.

– Pues entra que en la cuadra está
y si queréis algun paje
también te lo he de dar.
– No solo me la recataron
y solo la he de racatar.
Y llega el gigante que estaba en un pino tendido y le dice:
Alevanta perro moro que aquí tenéis delante
quien te ha de quitar más vías que tenéis de imaginarte
Alevanta el moro la cabeza y como lo vio tan joven le dice:
– Si eres mujer me lo dices y si eres niño no me engañes
que tú refuerzos no traes para venir a un combate.
Como lo puso de mujer le dice el niño
– Y como no te alevantes pronto
como un villano te hiero.
Se lían a batirse
y le pide tregua el moro al muchacho y le dice:
– Te casarás con mi hermana Bella Celipa
la mejor moza del pueblo y con tu espaíta y la mía daremos fin de todos ellos.

Romance – Chansón de Roland  (Cuatrocientos)
No te fiés de tus dioses
que son falsos y embusteros
fíate tú de estos míos
que son los que no hay precio

Se lían a batirse otra vez
y le pide otra vez el moro tregua y le dice
No me pareces al famoso Don Roldán
ni al famoso Oliveros
me pareces a Lucifer
que conmigo está batiendo
Se lían otra vez y agarra el niño
y le quita la cabeza al moro.

Per approfondire: 

Fonti web:

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