Frammenti di Romances

romances_frammentiIn merito alla provenienza, all’origine e alla evoluzione  dei Romances abbiamo trovato un interessante e complesso trattato di Luis Ávila, che abbiamo cercato di tradurre quasi per intero in italiano. Questo testo conferma e ci aiuta a capire come i Romances, nel corso degli anni, si siano contaminati a vicenda e come i cantaores, in base alle proprie conoscenze e al proprio gusto, abbiano deciso di inserire questi frammenti di Romances all’interno di una serie di letras di diversa origine. È proprio questo che caratterizza il Romance flamenco: eterogeneità, frammentismo, contaminazione. 

Di seguito riportiamo il testo di questo trattato, non sempre chiaro e comprensibile, di cui consigliamo la lettura a chi volesse approfondire in maniera esaustiva l’argomento.

Dice Avila: “Senza dubbio si sentirono attratti dalla novità, soprattuttopintura_medieval a partire dal 1971, durante la I Fiesta del Cante de los Puertos da me organizzata, in seguito alla quale scrissi il mio lavoro Corridos, corridas o carrerillas, verdadero origen del cante flamenco. Si da il via quindi ad un meticoloso lavoro per riportare alla luce le vere origini del cante, quasi dimenticate, patrimonio riservato a pochi soggetti di stirpe gitana che conservavano una serie di Romances molto antichi, quasi raccolti in uno “scrigno segreto”, di tipo epico, storico o di altra natura. Da questo repertorio nacquero le prime registrazioni su disco di Romances, da quello di “Bernardo del Carpio” che raccolsero El Bengala e Pepe Torre, e che trasmisero ad Antonio Mairena (registrati per la Columbia); fino a “Lanzarote y el ciervo del pie blanco”, inesistente nella tradizione orale gitana e registrato da José Mercé per la Philips. C’erano poi i rifacimenti dove un determinato cantaor riadattava testi tradizionali di altre aree per “afflamencarli”, come fatto ad esempio da Manolo Parrilla, nei suoi dischi Así canta nuestra tierra en Navidad. Da una parte si segue fedelmente la autentica tradizione orale gitana, dall’altra si attinge da altri repertori per riadattarli e plasmarli a piacimento.

Si devono quindi tenere separate queste produzioni “spurie” dall’autentica tradizione orale gitano-bajoandaluza, che si conserva in seno a pochissime famiglie in ben pochi posti delle province di Cádiz e Sevilla: El Puerto de Santa María, da dove si irradia verso Sanlúcar, Puerto Real, Cádiz, Triana e in minor misura verso Jerez, Lebrija, Utrera e Alcalá de los Panaderos.
Risulta un’impresa ardua effettuare una esauriente classificazione del repertorio Romancero dei gitani, da una parte perché è un repertorio vastissimo ma in disuso, dall’altra perché i testi originali sono stati contaminati convertendosi in altra cosa seguendo le esigenze del cante flamenco. Per non parlare poi del fatto che veri e propri “frammenti” di Romances vengono intervallati da letras di diversa natura.

image017Questo “frammentismo” si manifesta frequentemente. Incastrate in una serie di sei o sette letras di Bulerías por Soleá, di Tangos o di Tonás, queste letras di Romances diventano indistinguibili, ed è così che si è arrivati a non sapere più bene da dove provenissero letras attualmente cantate in diversi stili, permettendo però che rimanessero nella tradizione e nella memoria nonostante la provenienza incerta. Può succedere ad esempio che frammenti di Romances vengano affiancati ad altre tipologie di letras dando vita così a qualcosa di diverso ma di ugualmente sensato. Ad esempio il gitano Juan Valencia Peña, affiancò un frammento di “Gerineldo” ad una letra di Alboreá, andando a costituire un dialogo vero e proprio tra la infanta seduttrice e la risposta/Alboreá del sedotto. Il frammento del Romance forma con la Alboreá una vera e propria NUOVA sequenza, diversa dal Romance originario:

Gerinerdo, Gerinerdo,
Gerinerdito pulío,
quién te tuviera una noche
tres horitas a mi servicio.
Guarda lo que es bueno
te acompañará;
que si no lo guardas,
sola te verás.

Altro caso di frammentismo romancístico è dato dai tre versi di alcune versioni orali del “Romance de Tamar”, frequentemente cantato por Bulerías (tra gli interpreti Gabriel Díaz “Macandé”José de los Reyes “El Negro”Juan José Vargas “El Chozas” e molti altri):

Arrímate a mi pañuelo,
que mi pañuelo se llama
quitapena y daconsuelo.

In altre occasioni il frammento è una formula “condivisa” in diversi romances, come nel caso presente nel Romance de Vergilios, in una versione di El prisionero o in quello di Bernardo del Carpio, Bañando están las prisiones:

Yo entré en este castillito
que joven y sin pelo de barba
y ahora salgo de él, triste de mí,
que no hay quién me mire a la cara.

Questi versi sono inseriti in mezzo ad una serie di Bulerías, cantate da Antonio Mairena, edite da Disco Pasarela, che pare l’avesse appresi da “La Roezna“, gitana de Alcalá, madre di un suo amico Juan “Barcelona”. Significativa la registrazione di Pastora Pavón “La Niña de los Peines”, ancora in mezzo a letras di Bulerías, nell’anno 1910, accompagnata alla chitarra da Ramón Montoya e che ripetè con qualche variante ancora por Bulerías, nel 1930, accompagnata alla chitarra di Luis Molina. Queste le versioni di Pastora Pavón Cruz:

Entré yo en el castillito
que joven y sin pelo de barba,
y que salgo de él, triste de mí,
no hay quién me mire a mí a la cara. (1910)

Yo entré en este castillito
que joven y sin pelo de barba,
y ahora que salgo de él
que no hay quién me mire a mí a la cara. (1930,?)

Juan de los Reyes Pastor, cantó, come Toná in mezzo ad altre, questa letra:

Siete años llevo andaos
por esos montes y valles,
comiendo la carne fresca
y, por agua, bebiendo sangre.

Si tratta di una forma romancística condivisa da vari Romances come “Gaiferos” o “Julianesa” per esempio. Un altro esempio è un’altra formula che si ritrova in Romances come Bernardo del Carpio (Con cartas y mensajeros), El cautivo liberado por la esposa, Garcilaso y el Ave María, Belardo y Valdovinos… che canta, come Toná, Juan de los Reyes Pastor:

Por las calles que no hay gente,
iba entre pasito y paso;
por las calles que había gente,
las pieras iba desesperando.

Juan de los Reyes Pastor, cantando il “Romance de Bernardo del Carpio”, la intercala, come parte del Romance. L’utilizzo autonomo delle letras attribuisce al cante un valore diverso. 

Connotazioni carcerarie e ingiustizie passate si percepiscono nel frammento del Conde imprigionato, il Conde Grifos Lombardo, che canta come Toná di nuovo Juan de los Reyes, e che egli apprese da un vecchio gitano portuense che si chiamava “Perico La Tatá“:

Preso, lo llevaban preso,
preso y mu bien arrojáo;
no es por robo, ni por muerte,
que él a naide había maráo.

Senza dubbio un frammento bellissimo proviene dal Romance de las Quejas de Alfonso V ante Nápoles, unico presente nella tradizione orale dal secolo XVI, e che ebbe la fortuna di “conservare” il gitano portuense José Luis “Panete”:

Miraba la mar de España
cómo menguaba y crecía;
yo miraba las galeras
que el rey de España tenía.
Unas venían de armada
y otras con su mercancía;
unas traían seda
y otras holanda traían;
unas iban para Flandes
y otras para Normandía.

Frammento del Moro Alcaide

Un esempio di frammentismo, fra i molti che potrebbero citarsi, è una letra proposta da Juan José Vargas “El Chozas” (Lebrija 1903-1974), precisamente nel 1970 nel Cortijo de Villarana, a El Puerto de Santa María,  mentre cantava le sue particolari Bulerías:

Siempre la hiciste, morito,
andando en barraganía,
con la chaquetita al hombro,
calle abajo, calle arriba.

Poco tempo dopo (1971), María Fernández “La Perrata” propone questa letra in mezzo a delle Bulerías:

Buena la hiciste, morito,
entrando en barraganía,
con la chaquetita al hombro,
calle arriba, calle abajo.

romancesIl frammento stesso appare all’interno di una serie di Bulerías, in una registrazione domestica di María Fernández La Perrata. Da parte sua, Juan Peña Fernández El Lebrijano la registrò negli anni ’70 e la chiamò “Romance morisco”. Questo frammento figura in varie letras jaleadas, di Alboreá. Nel Settembre del 1999, alla Bienal de Sevilla, Miguel Peña Vargas, el Funi iniziò una serie di Bulerías con lo stesso “Buena la hiciste morito” identico a La Perrata e a Juan Peña. Non deve sembrare strano che Miguel Funi, nato a Lebrija nel 1939 e cugino di El Lebrijano sia anch’esso portatore di questa eredità familiare. Il 7 agosto 2000, nel programma flamenco di 2- TVE, Juan Peña Fernández El Lebrijano (Lebrija, 1941), cantó questa copla identica a quella di sua madre, in mezzo a Bulerías por Soleá, introducendo il Romance de Zaide, “Por la calle de su dama” come parte integrante del sopracitato. È certo che, come dice Diego Catalán nel suo Arte poética del romancero oral: “non può passare inosservato che le alterazioni della fiaba avvengano fondamentalmente in due momenti privilegiati: l’inizio e la fine dei Romances” Ma a volte queste alterazioni sono così radicali e traumatiche, che occorre smembrare, frammentare, poiché spesso divengono frasi di senso diverso e quindi irriconoscibili e diversi dal Romance stesso, contaminandosi con altre tematiche. E il testo di cui parliamo (Il Romance del Moro de Alcaide) ha entrambe queste qualità: è frammentario e serve d’inizio ad una contaminazione con altro tema.

Sono i quattro primi emistichi interrotti (emistichio= ciascuna delle due parti in cui si dividono i versi che hanno più di undici sillabe, secondo le regole della metrica) del Romance del Moro Alcaide, che si trova in un manoscritto del 1578 della Biblioteca de Palacio, a Madrid, citati da Diego Catalán, a cui si deve l’aver identificato il raro testo di questo Romance, che inizia:

Siempre lo tubiste moro,
andar en barraganías.
las mochilas en el onbro
rovando las alcaydias…

La sua rarità e la sua assenza dai repertori, Cancioneros e Romanceros conosciuti, antichi e moderni, rendono misteriosa la sua presenza nella tradizione orale gitana bajoandaluza, anche se non si tratta dell’unico caso. Fra le altre rarità il testo di Roldán/Bernardo ai piedi della torre o Le denunce di Alfonso V di fronte a Napoleone, per citare alcuni esempi. Deve aver suscitato ad esempio grande imbarazzo questo Romance quando fu convertito in un romance relativo ad una storia di San Ignacio de Loyola e che comincia: 

Siempre lo tuviste, Ignacio,
seguir la cavallería,
siempre las grandes hazañas
fueron de tu amimosía…

E nel 1611, Sebastián de Covarrubias, nel suo Tesoro de la Lengua Castellana o Española, alla voce “barragán“, mette l’esempio di:

Siempre lo tuviste moro
andar en barraganadas…

Argote de Molina, nel suo Nobleza del Andalucía cita due emistichi del primo verso:

Siempre lo tuviste, Moro,
andar en barraganías…

Samuel G. Armistead, raccoglie nel suo Romancero judeo-español nell’Archivo Menéndez Pidal diverse versioni sefardite (di Tetuán, raccolte da M. Manrique de Lara nel 1916) di La pérdida del rey don Sebastián che iniziano con questi versi:

Siempre lo tuvisteis, moro/de andar a la galanía.

E come El alcaide de Alhama, cataloga un testo ugualmente raccolto da M. Manrique de Lara, a Tetuán (1915-1916):

Siempre lo tuviste, moro,
de andar a la galanía.
A quien quieres matar, matas,
y al que quieres, das la vida…

Sono versi a cui segue fondendosi, La pérdida del rey Don Sebastián. Se alle rare versioni sefardíes si è soliti attribuire una vita orale ininterrotta, dall’espulsione dei giudei e la loro permanenza nella diaspora posteriore, le versioni gitane bajo-andaluzas sorprendono alla stesso modo per la loro rarezza e e antichità. Non dobbiamo dimenticare che i gitani sono presenti nella penisola negli anni venti del secolo XV e che nel XVI e XVII secolo, già cantano Romances o Corridos, che utilizzano per sopravvivere interpretandoli nelle case dei signori. Successivamente diverrà “materia reservada” allo stretto ambito familiare e casalingo e più tardi si convertirà in canti rituali.

romance

Dunque, anche se può sembrare strana la diffusione di questi versi fra i gitani, non è cosa insolita. Non sappiamo però come questi versi abbiano fatto il suo ingresso nella famiglia de los Perrates e nella anarchica e geniale memoria di “El Chozas”. Si vede bene che nella versione de El Chozas e in quella de La Perrata  vi siano varianti degne di nota; nel primo verso “Siempre la hiciste” = “Buena la hiciste”, nel secondo verso “andando en” = “entrando en”, ed una importante variante sta invece nella rima, presente o assente, nel quarto verso: “Calle abajo, calle arriba” (El Chozas) = “calle arriba, calle abajo” (La Perrata), mantenuti in egual modo da El Lebrijano e El Funi. Non si dimentichi poi in ogni versione la presenza di “Con la chaquetita al hombro”, espressione tipicamente flamenca. Ad esempio si veda questa letra: 

Si me biera á mi mi mare
No m’había e conosé
Con la chaquetita al hombro
Y la caeniya ar pié.
*(DEMÓFILO “Colección de cantes flamencos recojidos y anotados”)

Il tema del Moro Alcaide non era estraneo alla tradizione orale gitana della Baja Andalucía, anche se i testi di El Chozas e La Perrata sono un vero enigma fino al momento in cui non si legge attraverso Diego Catalán l’inizio di questo testo “Siempre lo tubiste, moro…” In quanto ai testi antichi più conosciuti, uno è presente nel Cancionero de Romances del 1550, ed inizia:

Moro alcaide, moro alcaide,
el de la barba vellida
el rey os manda prender
porque Alhama era perdida…

Che ci permette di relazionarlo con la versione del Moro Alcaide raccolta fra i gitani, con rima diversa. Senza dubbio, quella trascritta da Ginés Pérez de Hita nel suo Historia de los bandos de Cegríes, pubblicata nel 1591 come “un sentido y antiguo romance“:

Moro alcaide, moro alcaide,
el de la vellida barba,
el rey te manda prender
por la pérdida de Alhama…

Giuseppe Di Stefano nel suo El Romancero, scrive: “Un esercizio letterario curioso, però insolito, era quello di cambiare l’assonanza ad un testo, creando versioni nuove sotto la parvenza di quelle di origine“. D’altra parte , la novella de Pérez de Hita, una vera “pastiche“, ha alimentado un infermo e ciclico sentimento di “morofilia”, che ha il suo miglior riflesso nel romanticismo. Senza dubbio i supposti influssi orientali e “moros” nel flamenco, sono più recenti.

Per tornare a parlare della letra sopracitata, questa ha la stessa rima di quelle raccolte fra i gitani di Cádiz, Sanlúcar, El Puerto e Alcalá de los Panaderos. A Cádiz, il 18 giugno 1922 fu raccolta da Alvaro Picardo presso i figli di Enrique “El Mellizo“, come Gilianas, un cante enigmatico, e con questo testo:

Moro Tarfe, moro Tarfe,
el de las negritas barbas,
el rey te mandó prender
por la entrega de Granada

Álvaro Picardo Gómez, il più sconosciuto fra coloro che raccolsero i Romances fra i gitanos, ne trascrisse due: Bernardo del Carpio (Con cartas y mensajeros) e Moro Alcaide per bocca dei figli di Enrique El Mellizo con i quali ornanizzò il 18 Giugno 1922, sotto indicazione di Falla, un “Concierto de cante flamenco” nell’Academia de Santa Cecilia, in appoggio al Concurso granadino.

E questo frammento, come cante autonomo, in tono di Soleá antigua para bailar, fu raccolto nel 1970 da Ramón Medrano Fernández, che lo apprese da suo zio Félix Serrano Medrano El de la Culqueja o Félix Potajón:

Alcaide, morito alcaide,
el de las negritas barbas y los ojos grandes,
el rey te mandó a prendé
por la entrega de Granada.

Questa letra fu registrata nel Maggio 1970, su indicazione di Luis Avila per la Hispavox; non fu inserito nella Magna Antología, si trova nel disco Clave 18-1285-S. del quale si sono aggiudicati i diritti García Vizcaíno, che altro non è che Félix de Utrera che con José Blas Vega (Ópalo-Vizcaíno), figurarono come autori di molte letras tradizionali che in quel contesto furono registrate e con le quali ottennero diversi benefici.

A Jeroma “La del Planchero”, nel 1968, presso El Puerto de Santa María, si trova questa versione:

Moro alcaide, morito alcaide,
el de las velluítas barbas,
el rey te mandó prendé
por la entrega de Granada.
Juan de los Reyes Pastor, a El Puerto nel 1987 trasmise quest’altra letra di identica provenienza:

Alcaide, morito alcaide,
el de las crecías barbas,
el rey te mandó prendé
por los montes de Granada.

Durante l’attraversamento del Guadalquivir, in occasione del IV Coloquio Internacional sobre el Romancero, il 27 Giugno de 1987, Luis Avila raccoglie da Carmela Pérez Gutiérrez, non gitana ma che lo apprese da piccola ad Alcalá de Guadaira dalla famiglia “della Paula”, questa versione contaminata che racconta de La pérdida de Antequera y de Moro Alcaide:

La mañana de San Juan cuando el cielo alboreaba,
le echó el reto al moro por la plaza de Granada:
que si l’ha robáo sus tierras, que no perdió oro ni plata,
perdió una hija que tenía qu’era la flor de Granada.
–Dios te guarde, buen morito, el de la velluíta barba,
el rey te mandó prender por la plaza de Granada.

Questa versione contaminata permette di passare allo studio di come la copla proveniente dal raro Moro Alcaide, serva di esordio e si fonda con altri Romances, nello specifico quello di Zaide, (Por la calle de su dama) che prima ha sofferto una contaminazione con un pezzo de La cristiana vengada.

Zaide, Por la calle de su dama + La Cristiana Vengada

Questo tema, Zaide, por la calle de su dama– è spesso trattato dai i gitani bajo-andaluces e dai giudei sefarditi come si legge nel libro di Manuel Alvar – El Romancero, tradición y pervivencia del 1974 o in Samuel G. Armistead – El Romancero judeo-español en el Archivo Menéndez Pidal o in Paul Bénichou – Romancero judeo-español de Marruecos e infine in Arcadio Larrea Palacin- Cancionero judío del Norte de Marruecos, 1952.

Quello di Zaide, non è altro che quello che Estébanez Calderón, nel suo famoso Pascual de Gayangos del 21 aprile 1839, chiama “el de la Princesa Celinda” che raccolse da “cantadores y jándalos, mis antiguos camaradas“. E lo stesso che dette al suo amico Agustín Durán e che lo pubblicò nel suo Romancero, una collezione di Romances castellanos anteriori al secolo XVIII. Luis Avila invece lo raccolse nel 1968, da Juan José Vargas El Chozas, che lo registrò per la Hispavox nel 1970; da Dolores Suárez La O “La del Cepillo” ancora nel 1968; a Miguel Niño El Bengala nel 1973 e al Jeroma La del Planchero nel 1981. Rispetto alla versione de El Chozas, Luis Avila, riporta che egli apprese questo Romance “da un gitano del Puerto incarcerato quando lui, come soldato, faceva la guardia al famoso Penal portuense“. Avila scrive: “Entrai nel cortile di Villarana de El Puerto de Santa María e incontrai Juan José Vargas El Chozas in piedi che cantava questo Romance sotto gli occhi attoniti degli operai che lavoravano li. Era tanta l’ammirazione e il rispetto con il quale lo ascoltavano che mi venne alla mente l’inizio del secondo volume dell’Eneide’”

Antonio Mairena nel 1973, registra una versione di Zaide (La Princesa Celinda) nel disco Philips (Stéreo 814589) utilizzando il pezzo trasmesso da El Bengala, con la sua musica por Soleá antigua de baile, preludio dell’ Alboreá. Mairena nel suo Confesiones scrisse: “In questo disco ho registrato per la prima volta il Romance de la Princesa Celinda, del quale io conoscevo una piccola parte che dice: ‘Salió Celinda al balcón/más bonita que no sale/la luna en oscura noche/y el sol entre tempestades’. La letra che utilizza Mairena è niente meno che il testo che Estébanez dette a Durán. Mairena ha introdotto in questo Romances varianti di cui lui era ben cosciente, tagliandolo e aggiungendo alla fine versi di propria creazione.

Il testo registrato da Antonio Mairena è come segue:
En la puerta de Celinda galán se pasea Zaide,
esperando que saliera Celinda para hablarle.
Salió Celinda al balcón más bonita que no sale
y la luna en oscura noche y el sol entre sus tempestades.
–Buenos días tengáis, mora. –Y a ti, morito, Dios te aguarde
–Escucha, Celinda, atenta, si es que quieres escucharme:
¿Es verdad de que me han dicho tus criados a mis pajes
ay, que con otro hablar pretendes y que a mí quieres dejarme?
¿Te acuerdas cuándo dijiste, en el jardin la otra tarde:
tuya soy y tuya seré, tuya es mi vida, Zaide?
El galán soberbecido pisotea su turbante
y con rabiosa fatiga ha cantaito este romance:
–¿Quieres que vaya a Jerez por ser tierra de valientes
y te traiga la cabeza del moro llamado Hamete?
¿Quieres me suba yo al cielo y las estrellas te cuente
y te traiga yo a tí en las manos y aquélla más reluciente?
Princesa Celinda, ay, toma mi turbante,
ay, que ni a cristianos, ni a moros
no humilles a nadie.

Rispetto alle conseguenze posteriori a questa registrazione del sopracitato Romances registrato da Mairena, si deve tenere in conto un testo cantato a Jerez de la Frontera da Alejandra Ramírez Zarzuela, il 20 dicembre 1994, al gitano jerezano Francisco Carrasco Vargas, che aveva allora 46 anni. È un testo deturpato, evidentemente appreso dal disco di Antonio Mairena (Disco Triana, Raíz del cante), come si percepisce dalla trascrizione:

Por la puerta el celistán y alante se pasea Zaide,
esperando que saliera ¡ay! Cilinda para hablarle.
–Buenos días tengais, mora, q’a ti, morita, Dios te guarde.
Y escucha, Cilinda atenta, si es que quieres escucharme.
–¿Es verdad lo que le han dicho tus criados a mi paje
que con otro tú hablar pretendes y que mí piensas dejarme?
¿No te acuerdas que dijiste, no recuerdas la otra tarde:
“Toita tuya yo seré, tuya es mi vida, Zaide”?
¡Ay, Cilinda de mi alma pa mi amor yo demostrarte
estas cosas yo haría:………………………………………….
¿Quieres que vaya a Jerez por ser tierra de valientes
y te traiga la cabeza ¡ay! Del moro llamado Hamete?
¿Quieres que me suba yo al cielo y las estrellas te cuente
y te traiga yo a ti en la mano aquella más reluciente?
Y a la Triana en Triana los cristianos y los moros,
Los moros y los cristianos moran por….

È annotato che secondo quanto dice l’informatore “celistan” è un luogo dove tutto è purezza. Annota anche che “effettua un golpe sul tavolo invece di dire l’ultima parola che chiude il cante”. E’ apprezzabile la familiarità del jerezano Francisco Carrasco Vargas con la discografía di Mairena al punto che tutto il testo è simile a quello di Zaide di Mairena, anche se mal ascoltato e cantato e il cierre, i quattro emistichi finali sono senza sentimento e sordi rispetto a quelli di  “Lloran por Granada” di Antonio Mairena:

Y a la giliana, a la giliana;
moros y cristianos
lloran por Granada.

romancero-menendez-pidal-1928-196x300Con i Romances registrati da Antonio Mairena succede la stessa cosa che avvenne con i testi e la musica dei Romances creati da don Ramón Menéndez Pidal nel suo Flor nueva de romances viejos che furono appresi anche a scuola e che sono arrivati ad annebbiare la tradizione orale vera e propria. Stessa cosa succede con le versioni registrate dal gruppo che formò il chitarrista Manolo “Parrilla” nei suoi dischi Así canta nuestra tierra la Navidad, che introduce versioni estranee facendole risultare cantes festeros. Di questi dischi sono passati quelli che vengono chiamate “recuperadas” zambombas navideñas, che sono stati oggetto di studi e ricerche. Il Romance de Zaide, por la calle de su dama, anche chiamato de La Princesa Celinda, Luis Avila lo raccoglie framentato da Miguel Niño “El Bengala” nel 1973 , e in versione più completa da Dolores Suárez La O, “La del Cepillo”nel 1968; da Jeroma “La del Planchero” nel 1981 y, e  come già detto da José Vargas “El Chozas”nel 1968. Avila aggiunge “Questo peccato veniale per niente offusca la grande opera realizzata da Antonio Mairena”. Nel 1970, al Puerto, Avila raccoglie da”El Chozas” un testo di Zaide, por la calle de su dama:

Por el castillo de Luna que galante se pasea Zaide,
aguardando que saliera que Cilinda al balcón a hablarle.
Y sale Cilinda al balcón, más bellita que cuando sale
que la lunita en oscura noche y el sol en sus tempestades.
Y ya yo lo sé de que tu eres valiente y que descendías tú de buen linaje,
que has mataíto más cristianos que gotitas de sangre vales.
A mí me han dicho de que tu te casas y que tu tratabas a mí de orviarme
y con moro feo y turco que del reinaito de tu pare.
Por lo llanitos de Graná que galante se paseaba Zaide
y se ha encontraíto en batalla con aquel moro feo y turco del reinaito de su pare.
Y sale Cilinda al balcón y quién se volviera en valor
que le aventajara en batalla y a ese moro feo y turco
que la cabecita yo le cortara………………………………..
Que ha preguntao el rey moro, que de quién era ese estandarte
y le ha contestao un serranito: Que de uno que no tiene pare.

Nel 1973, elo stesso anno di Mairena, Juan Peña registrò in disco (Columbia BC 3229 Stéreo) il Romance Por el castillo de Luna, che si relazione al testo del “El Chozas”. Questo quello di  Juan “El Lebrijano”:

Por el castillo de Luna galán se pasea Zaide y esperando que Cilinda saliera al balcón a hablarle.
Sale Cilinda al balcón más bella que cuando sale la luna en su oscura noche que y el sol en sus tempestades
–Buenas tardes tengais, morita. –Buenas tardes tengas Zaide.
–M’han dicho que te va a casá; tu pretendes olviarme
con un morito feo y turco del reinaito de tu pare. –Tu fuiste aquel que dijiste en los jardines de Tarfe
que fui tuya y seré tuya, tuya he de ser siempre, Zaide.
–Yo ya te he dicho, morito, que por mi puerta no pases,
ni hables con mis criados, ni con mis cautivas trates.
La cinta de mi cabello que yo te puse a tí por turbante,
yo no digo que me la des, ni menos que te la guardes
que se la des a una morita que sea guapa y de buen talle
que te quieras y tu la quieras, que te la merezcas, Zaide.
Mal lanzazo te den, morito, te den que te partan el alma,
que con palabras de amó cogiste la rosa más alta
que en mis jardines tenía pa recreo de mi casa.

E tutto questo arricchito con jaleo e atmosfera, come si trattasse di nozze gitane, un artificio messo in voga da Antonio Mairena registrando il suo Gran Historia del cante gitano-andaluz, per la Columbia nel 1966. Sono quindi molto vicini i testi di “El Chozas” e de “El Lebrijano”, tenendo conto dell’anarchica memoria di Juan José Vargas e il sospetto di un sottile intervento letterario in quello di Juan Peña, di alcuni versi provenienti dal Romance di Zaide che Ginés Pérez de Hita incluse nel suo Historia de los bandos de Cegríes. Gli ultimi sei emistichi rappresentano un ‘autentica contaminazione ben radicata e trasmessa per via orale. Si tratta di alcuni versi del Rance de La cristiana vengada, che appaiono anche nella versione del Chozas. Di questo Romance (La cristiana vengada) Avila raccolse a El Puerto nel 1968, da Alonso “El del Cepillo”, un bel frammento del quale si trascrive l’inizio:

Mala lancita le dé un cristianito, le dé que le parta el alma,
a ese morito mal nacío que de lo suyo se negaba.
Alcanzó la rosita más alta que mis jardines tenía.
–Que le corten la cabeza y la metan en una jaula
pa yo recrearme en él como él conmigo en la cama.
………………… ……………………..
………………… ……………………..

Questo Corrido è stato registrato da Avila, in Hispavox (S/C 66.201) nel 1970 e fu pubblicato nel 1982. Si può notare la presenza di altri elementi che accomunano i testi: “el castillo de Luna” Echi di Romances de Bernardo del Carpio, eroe che gode di particolare devozione fra i gitani. Nel “El Chozas” e nel “El Lebrijano”, Celinda è Cilinda. Nella registrazione di Antonio Mairena è Celinda. Cercando altre similitudini la ripetizione di “morito feo y turco” in “El Chozas”, e “El Lebrijano” e in “Jeroma la del Planchero”–, riporta alla mente la Siguiriya de “Perico Frascola” che Avila raccolse da Ramón Medrano nel 1970:

Franquito y libre,
yo me cautivé
con una morita fea y turca
cumpliendo un debé.

Nello Zaide trascritto da Pérez de Hita, si parla di  “un moro feo y torpe”, che suggerirebbe torpe = turco ai trasmissori orali. 

Moro Alcaide + Zaide, Por la calle de su dama

In un programma televisivo del 7 de agosto de 2000, “El Lebrijano”, intonò il Romance de Zaide, por la calle de su dama, con questo preludio:

Buena la hiciste, morito,
entrando en barraganía,
con la chaquetita al hombro,
calle arriba, calle abajo.
Por el castillo de Luna,
galán se pasea Zaide….
……………………
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E aggiunse un bel pezzo del Romance, anche se non il completo che aveva registrato per la Columbia. Decise di non interpretarlo per intero ma di darne una “pincelada”, un assaggio, senza arrivare alla sensazione che otterrebbe l’ascolto di un Romance intero, poco adatto agli spettatori di una televisione. In questo caso si osservi la contaminazione fra l’inizio del Moro Alcaide e Zaide, por la calle de su dama. La ronda amorosa di Zaide, su e giù per la strada, con la giacca flamencamente al braccio, aspettando che Celinda si affacciasse al balcone per parlargli – e ciò che suggerisce  la fusione, in modo quasi incosciente. Il frammento del oro alcaide è per “El Lebrijano” parte del Romance de Zaide.  Una contaminazione occasionale che potrebbe rimanere perpetua se altri la ascoltassero e iniziassero a cantarla allo stesso modo dimenticando le versioni precedenti, fondendo e tramandando qualcosa di nuovo senza sapere cosa fosse il passato. Abbiamo quindi visto la differenza fra contaminazione occasionale (Moro alcaide + Zaide), e  un’autentica contaminazione consolidata (Zaide + La cristiana vengada). Questo da idea della ricchezza che le case  dei Peña e dei Fernández, hanno assimilato e elaborato nei tempo Queste case cantaoras sono diverse dai semplici copioni che ricantano senza sapere cosa stanno facendo, distorcendo e falsando la tradizione, diverso è padroneggiare talmente bene l’argomento da poter mischiare a gusto occasionalmente o ripetutamente continuativa un testo con un altro. 

Fontiweb:

  • Luis Avila, El fragmentismo en el Romancero de tradición oral de los gitanos bajoandaluces
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